venerdì 20 settembre 2013

Claudia Neemar

E' uno di quei suoni nei sogni che lentamente ti riportano alla realtà.

<Bernie, ehi Bernie>

Apro gli occhi abituati all'oscurità e sdraiata accanto a me vedo mia sorella: il suo naso aquilino spicca dal volto magro e severo, i suoi grandi occhi azzurri sono puntati sul mio viso e le sue labbra sono così sottili che al buio può quasi sembrare un rettile.

<Ah, sei sveglio>

Io ho quattordici anni, Claudia Neemar è più grande di me di un anno, ma tra i due il più adulto sembro io.

<Cosa stavi sognando?>

Parla talmente piano e muove talmente piano la bocca che sembra che le parole scaturiscano da qualche punto nell'oscurità dietro di lei, è una situazione inquietante ed è una situazione che si ripete da parecchio tempo oramai, tanto che ci ho fatto l'abitudine.

<Non importa, non dirmelo>

Si volta a faccia in su, così faccio anche io con un lieve grugnito di disappunto per essere stato svegliato nel bel mezzo della notte, per l'ennesima volta.

<Io ho fatto un sogno molto strano>

Più la osservo più capisco che non siamo del tutto parenti. Questa idea ha cominciato a ronzarmi per la testa diversi mesi prima: i suoi lineamenti ed il suo carattere si discostano troppo dal mio. Mosso dalla curiosità ho spulciato tra i documenti di mio padre nel suo studio e prima che mi scoprisse sono riuscito a ottenere l'informazione che cercavo. Io e Claudia siamo fratellastri.

<... Mi stai ascoltando Bernie?>

Non gliel'ho ancora detto, forse dovrei, del resto ci diciamo sempre ogni cosa, forse è il momento. Non mi volto a guardarla mentre le racconto di punto in bianco la verità. Lei per lungo tempo rimane in silenzio. Forse è la reazione che mi aspetto, forse è persino la migliore che potessi aspettarmi. I minuti passano e l'oscurità mi ottunde i sensi.

<... Lo so>

Il suo sussurro mi sveglia di nuovo, è più vicina ora, la sua testa appoggiata sulla mia spalla, la sento debole, ma non la sento affatto triste. La sua gamba destra scivola sopra le mie e la sua mano che prima mi stava accarezzando il viso, scende sul mio torace. Ho un sussulto, ma non riesco a muovere un muscolo, intimorito con la coda dell'occhio la osservo. E' nuda.

<Ho fatto un sogno molto strano, Bernie>

La sua gamba scivola oltre le mie, il suo gomito sinistro si appoggia sul materasso e fa forza. Il suo corpo leggero si solleva piano per scivolare sopra il mio, sfiorandomi appena; i suoi seni si schiacciano contro il mio petto, le sue mani scivolano sul mio viso afferrandomi i capelli.

<Eravamo io e te, vicino al vecchio vigneto, sotto un cielo stellato...>

Le sue labbra sono così vicine al mio orecchio che le sento sfiorarmi mentre parla. Non ho la forza di reagire, è così che le sue mani mi abbassano i pantaloni indisturbate. La sento scivolare sopra di me, sale un poco mentre continua a sussurrarmi, il respiro che diventa un poco più rapido.

<Eravamo io... e te>

La sento premere il suo corpo sul mio addome, mentre scende lentamente; il calore mi avvolge le membra, lei ansima piano ed espira con forza; l'eco del suo respiro è così intimamente violento che divento sordo ad ogni altra cosa. Sale e scende di nuovo e poi ancora e ancora, le mani che si serrano sulle mie braccia con una forza rapace, la bocca che si sposta dal lobo dell'orecchio all'incavo tra spalla e collo. Le mie mani si muovono, si posano sui suoi glutei sodi e la spingono ancora più forte.

Quando nostro padre lo scopre, va su tutte le furie, picchia così forte mia sorella da farle confessare che ero stato io a costringerla, che ero io il bastardo tentatore. Mentre vengo punito per una violenza che non ho commesso, incontro il volto di Claudia, seduta in un angolo della stanza. Il mio silenzio la distrugge.

Eravamo, io e te

sabato 31 agosto 2013

God's Love

Sono rientrato nel mio modesto appartamento da poco, mi stropiccio il volto con vigore per scacciare la tensione, la mano passa sulla barba ispida, sulle labbra.
Affiorano i ricordi, non riuscirò a dormire, devo prendere una pillola.

Il mio nome è Mullin Lee Carter, sono un consulente informatico, il mio pianeta di origine è Greenfield. Ero un pecoraio, un mandriano fino a poco tempo fa, prima che la fortuna mi sorridesse, prima che Horyzon diventasse possibile e reale.

Questo mi ripeto di fronte allo specchio, mentre osservo la mia immagine che porta alla bocca la pillola.

Io sono Mullin Lee Carter, sono un uomo semplice, adoro le notti stellate, le osservo pensando che nascondano chissà quali segreti, in realtà ne sono solo irrazionalmente affascinato; la mia vita non ha avuto nulla di straordinariamente posivito nè negativo; finite la scuola inferiore, ogni giorno porto a pascolare il gregge, mi siedo su una roccia dalla quale posso osservarle tutte e apro il mio libro di informatica. E' una vecchia edizione, gualcita e sdrucita, ma è tutto ciò che mi serve. La sera torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro, mi sento pieno di vita, ma insoddisfatto. Un giorno perdo una pecora, un lupo solitario l'ha presa perchè si è allontanata dal gregge. Mio padre è furioso, prende il libro di programmazione e lo brucia nel camino, in quel momento decido di prendere un altro libro; più mio padre mi ostacola più io divento forte. Do rifugio in segreto ad un grosso cane randagio, gli insegno a fare il pastore, all'inizio è dura, ma poi impara e mi da il tempo per continuare a studiare. Un cane. Cane.

I miei denti si serrano sulla pillola, la tengo sospesa, il respiro lento la lambisce minaccioso.

Io sono Mullin Lee Carter, ho fatto il colloquio di lavoro presso la Blue Sun, prima di candidarmi per quest'azienda ho provato alla Wayland ed alla Crimson Flux, ma mi hanno riso in faccia: nessuna competenza certificata, solo un diploma di scuola inferiore ed una promessa di capacità. CEO Krushenko mi ha accolto per l'audacia e l'impegno che le ho mostrato nel colloquio, CEO Krushenko mi ha assunto perchè ha avuto fiducia in me.

I denti spingono la pillola in bocca, la lingua la inumidisce, prendo un bicchiere d'acqua.

Il mio nome è Mullin Lee Carter, dottoressa Blackwood, lieto di conoscerla, lei non lo sa ma presto saremo ottimi amici, passeremo le pause pranzo assieme in azienda, lavoreremo in team. Ogni tanto è triste, lo so, non lo nasconde così bene, ma poi torna a sorridere. Ogni volta penso che lei stia per cadere, eppure si rialza sempre e mi dona quell'espressione felice, che mi impedisce di ignorare ogni buon senso per darle un bacio. Le sue labbra dottoressa, non possono mentire, lei ama ancora un altro uomo. Un altro uomo. Bernardo Neemar.

Porto il bicchiere alla bocca e bevo un lungo sorso, poi lo appoggio al lavabo con scarso garbo.

Io mi chiamo Mullin Lee Carter, credo che Dio mi abbia messo a dura prova, ma alla fine mi sono dimostrato un degno figlio. Signore, la maggior parte degli abitanti del 'Verse dice che sei un paradosso, che le parole che hai consegnato all'uomo perchè le comprendesse e le facesse sue sono insostenibili, impossibili da seguire. Dicono che è logico tu non possa esistere. Io non so se tu esisti nella logica oppure no, so solo che quando leggo ciò che hai compiuto dai testi sacri, non posso fare a meno di capire. Dio, tu hai amato l'essere umano più di qualunque altra cosa, l'amore sconfinato che hai provato per lui ti ha incatenato quando l'uomo ha scelto di conoscere, quando l'uomo ha scelto di lasciarti. Non c'è amore più grande di quello che costringe a separarsi da chi si ama per la sua propria felicità. L'essere umano è capace di questo amore sconfinato?

Non lo so e in effetti io non sono Dio.

Io... Vorrei essere Mullin Lee Carter, ma... Io sono Bernardo Neemar e non sono capace di separarmi da Lei.

lunedì 5 agosto 2013

Cleaner

Clang

La porta di sbarre si chiude dietro la mia schiena con un clangore roco di metallo vecchio ed arrugginito, non mi volto a guardare dietro di me, non mi volto a piangere la libertà e le amicizie che ho sacrificato.

Nelle sinapsi cerebrali si trasmette un solo segnale: La paura della gabbia.

Espiazione: C'è solo un modo per mondare davvero i tormenti della propria anima, continuare a soffrire finchè il suono assordante della sofferenza non sovrasta il lamento della colpa.
La colpa non si cancella, si sostiene, si sopporta, qualcuno ci si aggrappa e ne trae una forza incommensurabile, qualcuno non riesce neanche a sfiorarla e si brucia lentamente al calore della sua fiamma.
Visioni, allucinazioni e incubi sempre più forti, fino a non poterli sopportare, fino a piangere e a nascondere il volto tra le mani come un bambino.

Dopo qualche istante, per la prima volta osservo veramente la mia cella, grigia, semplice e scarna, un cessetto nell'angolo, una branda usurata ed un lavabo sbeccato in qualche punto.
Apro l'acqua, il suono di un getto irregolare sul marmo grigio mi entra nella testa come il suono di un martello pneumatico. Mi lavo il viso, sento le gocce scendere lungo i capelli corti e qualcuna si incastra nella barba... so che ripeterò quell'esperienza per diversi anni.

Mi giro, punto la branda e sto per muovermi, ma la trovo occupata.
Due gambe magre e piccole, gli abiti lisi, il volto bianco, le labbra viola, lo sguardo ritorto: quel bambino è ancora lì a fissarmi, anche dopo che ho confessato, anche dopo che ho finalmente smesso di essere un codardo.
Si scosta di lato, fluttuando sul materassino della branda e mi fa cenno con la mano di sedermi accanto a lui. Sospiro, non ho molto da fare ora, per un momento penso che avere visioni allucinanti non è definito sano dalla medicina moderna.
Ma è solo per un momento.
Infine mi siedo ed un cigolio accompagna il posarsi delle mie chiappe.

<Ti ringrazio> La voce cupa e spettrale di chi non appartiene a quel mondo
<...>
<Il tuo spirito ha smesso di urlare>
<... il mio spirito?>
<Si, tutti lo sentivano>
<Come?>
<Il tuo spirito è connesso al mondo dei morti, le sue urla erano nomi. Tu ci chiamavi a te>
<... per tormentarmi>
Il volto morto del bambino si anima in un sorriso
<Per confortarti>
<Eppure a me non sembra>
<Il codardo che c'è in te voleva essere confortato, per dimenticare, l'uomo buono che c'è in te, non voleva essere confortato, per poter ricordare, per poter soffrire>
<Voi non siete i miei demoni quindi...>
<Non lo siamo, tra di noi ci sono molti ragazzi, molti adulti, ma loro non vogliono avvicinarsi troppo a te>
<Perchè?>
<Perchè non avresti sofferto come volevi>
<... E voglio ancora soffrire?>
<Si>
<Per quanto tempo?>
<Sai rispondere a queste domande>
<... Sentirselo dire da qualcun altro, ogni tanto, rafforza le convinzioni>
<Per sempre, tu non sei capace di perdonare gli altri perchè non sei capace di perdonare te stesso>
<Per sempre è un tempo molto lungo>
<E' il tempo necessario, ma non temere>
<... il mio spirito ha smesso di urlare>
<Non sarà come prima>
L'immagine del ragazzino comincia a sbriciolarsi come polvere nell'aria, io conosco la risposta.
<... Perchè ho vinto sui miei demoni>
Il ragazzino sorride e scompare, la stanza torna scura e silenziosa. Qualche minuto dopo mi lavo nuovamente il volto, faccio una puntata al cessetto e torno infine a sedermi sulla branda.
Il mio pensiero va ai miei ex commilitoni, a cosa pensano di me ora. Ai miei nemici, posso quasi sentire le loro risa per vedermi ingabbiato come uno di loro.
Lelaine è là fuori, da qualche parte, mi chiedo se mi ama ancora, se verrà a trovarmi, mi chiedo se rivedrò mai Cane, se farò in tempo ad uscire di prigione per poter passare con lui qualche anno di vita prima che mi lasci.
Vorrei dirlo a Lelaine, adesso, che la amo, vorrei tanto dirglielo, vorrei tanto vederla sorridere, vorrei tanto legarla in questo modo a me. Ci vuole coraggio, un coraggio che sento mio ora.

<... Perchè ho vinto su me stesso>

sabato 3 agosto 2013

The Mirror

Sto camminando nel buio, nudo, l'eco dei miei passi si trasporta chissà dove in quell'immensa distesa ombrosa.
Sono nudo, mi osservo mentre muovo lento e cadenzato verso l'ignoto.
Inizialmente è solo una figura lontana, un bagliore improvviso e tenue che mi attira, man mano che mi avvicina lo scorgo con più chiarezza e consapevolezza: uno specchio immerso nel buio.
Incrinato in più punti, quasi stanco e piegato dal tempo e dallo spazio, opaco in molte zone; restituisce una luce riflessa strana, non pulita.
Mi avvicino con calma, non ho nessun motivo di voler affrettare quel momento, il momento che qualche mala lingua nella mia mente aveva preannunciato, sussurrandomi nel sonno.
Passa poco, che sono fermo davanti all'enorme specchio, riesco a vedere i punti che lo tenevano in piedi, dritto e solido: Mika, Electra, Nancy, Scott.
Ogni punto si aggrappa ad un lato dello specchio con la forza di un artiglio, riesco a vedere i danni che hanno provocato; le incrinature profonde di Mika, di Electra e di Scott e poi c'è la spaccatura diagonale di Nancy. La spaccatura che tutti gli altri punti, che ancora non hanno snaturato il loro compito, stanno tenendo unita: Cane, Lelaine, Arch, Anya.
Ma è questione di poco tempo ormai, lo so.
Qualcuno l'avrebbe spaccato definitivamente prima o poi, non poteva sopravvivere a lungo, non dopo quello che è successo.
Per questo sono qui.
Per questo mi sto avvicinando.
Per questo ora vedo il mio riflesso e quello di Cane, nello specchio.
<Woof>
Mi volto, ma non è di fianco a me, è solo nello specchio.
Cambio postura, alzo il braccio, mi sposto indietro con la gamba destra e poi scatto in avanti con il pugno, il pugno che si infrange sullo specchio.
E Nel buio, nell'oscurità, una immensa pioggia di frammenti scintillanti, con gli ultimi bagliori in un arcobaleno, prima di spegnersi definitivamente e rovinare per terra in un tonfo sordo.
Ansimo, soffro... Il pugno sanguina.
Ma il lavoro non è ancora finito.
<Woof>
<Si, lo so>
Mi armo delle mie mani e delle mie dita e prendo i frammenti più grandi, quelli rimasti e li rimetto in un ordine apparente, incollandoli tra loro con il poco legante che mi è rimasto, il legante che non mi ha ancora abbandonato.
Ed infine ecco ciò che rimane della mia anima: un piccolo specchio sgangherato, crepato in più punti, ma finalmente libero, epurato dagli artigli e dal dolore.
La luce che emette è ancora sporca, opaca e sinistra...
<Woof>
<Si Cane, basta così>
<Woof?>
<Puliremo ciò che rimane di questa mia anima molto presto, non ho cambiato idea>
Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare; mentre abbandono quel luogo, ritornando ai dolori ed alle fatiche del mio corpo, sento di nuovo quelle parole, così profonde, così fastidiose, eppure così vere...
Sei un brav'uomo, Bernardo
<Tra poco, Lela, tra poco>

sabato 27 luglio 2013

My Way

Era la mia sera di libera uscita, pensavo di passarla come sempre, almeno fino a quando non mi sono recato negli alloggi per togliermi di dosso la divisa: quel pesante fardello di responsabilità e di colpa, il marchio netto del mio passato, la condanna del mio presente...
<Ciao Bernie>
Avevo sentito quella voce, un sussurro tra i muri della camerata vuota, poi un tremolio nella penombra di una branda, un'immagine che prendeva forma e colore. Mi strofinai gli occhi, ma l'uomo era ancora lì, seduto, i vestiti un po' rozzi, ma di ottima fattura; il volto scavato dagli anni, i capelli ingrigiti e lo sguardo profondo. Uno sguardo come il mio.
<Padre>
<Vedi cosa succede, figlio, a mischiarsi nei conflitti tra le grandi forze dell'universo?>
L'immagine di John Neemar stava lì, immobile, le parole uscivano da quella forma, ma le labbra non si muovevano; solo gli occhi sembravano veri e mi stavano scrutando con la violenza di due coltelli affilati che scavano in un pezzo di carne.
<Non ci vediamo da anni e questa è la prima cosa che mi dici?>
<Dovrei forse lodare i tuoi insuccessi?>
Mentre fissavo quella visione improbabile, sapevo già come sarebbe andata a finire la discussione: ogni litigio con mio padre iniziava più o meno in questo modo.
<Forse dovresti, per una volta, concentrarti sui miei successi>
<Non vedo successi nel cammino che hai percorso, solo delle piccole soddisfazioni sporcate costantemente dalla tua incapacità di trovare un posto che fosse tuo nel ‘Verse>
<E secondo il tuo illustre parere che posto avrei dovuto trovare?>
<Non ne ho idea, ma finire a lavorare per conto della Flotta dell’Alleanza conducendoli passo passo al deodorante occulta droga che tu stesso hai inventato direi che è un piano perfetto per finire in galera>
<E’ la cosa giusta da fare>
<Certo figliolo, certo, come costruire una relazione con una manager sapendo che sarà costantemente in pericolo, bel modo che hai di dimostrare a qualcuno che lo ami>
<Io… non amo Lelaine Blackwood>
L’immagine di mio padre fluttuò flebilmente, si sollevò dalla brandina e nella semioscurità mosse qualche passo verso di me.
<Tu menti, Bernardo, hai solo dimenticato cosa vuol dire amare come hai dimenticato che devi cercare di sopravvivere, cosa che non stai facendo>
<Io ho sconfitto una malattia, la tua malattia>
<Non tu, Declan Khan l’ha fatto con la sua equipe medica. Una grande donna, se non sbaglio ti era balenato in mente di scopartela>
<Ho inventato farmaci e prodotti che hanno contribuito al benessere del ‘Verse>
<Piccoli e insignificanti successi, cosa sono in confronto ad aver distrutto innumerevoli vite con la droga che tanto amorevolmente creavi e diffondevi?>
<Ho salvato innumerevoli vite durante la guerra>
<Certo e ne hai anche condannate altrettante rispettando fedelmente i protocolli militari delle infermerie da campo. A conti fatti l’unico successo che in qualche modo fa sorridere queste mie membra stanche è il successo della produzione vinicola del mio terreno>
<E’ il mio terreno, non più il tuo, tu sei morto>
L’immagine ectoplasmica sorrise, come prima nessuna parola stava provenendo dalla sua bocca, chiusa e serrata.
<Io sono vivo in te, Bernie. Guardiamo ai fatti, nella mia vita ho amato soltanto i miei cani, come te, ho avuto relazioni che sono sempre finite rapidamente o male, come te, non ho mai creato nulla di strabiliante, come te. Nel giro di un decennio nessuno si ricorderà di me, come un decennio dopo la tua morte nessuno si ricorderà di te. Nemmeno quello stupido animale che ti porti sempre dietro; Cristo se non ti vedessi tutti i giorni da laggiù potrei giurare che ti scopi anche lui>
Un sussurro dalla luce dietro la porta socchiusa si arrampicò per la mia gamba, caldo e fermo. Arrivò al mio orecchio e quando mi voltai per osservare il volto di Lelaine, lei non c’era. Tornai a voltarmi, le sue parole ancora ferme nella mia mente... Io sono qui.
<Sai come si chiama mio figlio?>
<Tu non hai un figlio, sei sterile come un mulo>
<DI’ IL SUO NOME!>
La figura tremò scomponendosi per qualche istante, per poi ricomparire sulla brandina, nella semioscurità da dove si era generata
<Non conosco il nome di un figlio che non esiste>
<mio figlio esiste da qualche parte nelle possibilità di questo mondo. Mio figlio esiste e non porta il nome di quello che gli sta accanto nella culla. Mio figlio si chiama John Neemar>
La figura tremò ancora, le gambe stavano cominciando a scomparire nell’aria scura.
<John?>
<Si padre, si chiama John Neemar, come il bisnonno che avrei voluto conoscere. Si chiama John perché ogni volta che qualcuno mi chiederà se ho chiamato così mio figlio in onore di suo nonno io risponderò: NO!>
Quell’impeto spazzò via le braccia della figura che persero la loro flebile consistenza svanendo nell’oscurità. Un altro sussurro scivolò dalla porta socchiusa sfiorandomi una mano. Un bambino evanescente comparve di fianco a me, il volto sporco di saliva biancastra, lo sguardo ritorto, le labbra viola.
<Bernardo è un brav’uomo, John Neemar>
Il volto del ragazzino si volse verso di me, ruotando in modo innaturale indipendentemente dal resto del corpo che rimase orientato verso l’immagine di John della quale era rimasta oramai solo la testa. Testa dalla quale eruppero con rabbia parole d'odio.
<Tu cadrai Bernardo e quando succederà ci faremo una bella risata mentre scenderai a farci compagnia e…>
Non ebbe il tempo di dire altro, il ragazzino di scatto rivolse gli occhi morti alla testa del padre, che scomparve in un tremulo lamento di rabbia.
<Sei uno dei miei demoni vero?>
<No, i tuoi demoni sono i tuoi demoni, io sono solo un bambino, uno dei tanti che non sei capace di dimenticare>
<E c’è un modo per farlo? C’è un modo per dimenticarvi?>
<Si c’è, ma tu non vuoi farlo>
La voce divenne distante e spettrale, la forma del piccolo essere umano stava diventando trasparente, piccole particelle inconsistenti si staccavano dalla sua figura e filtravano attraverso la luce proveniente dalla porta socchiusa
<Perché non posso dimenticare? Perché non riesco ad andare avanti?>
<Perché tu sei un brav’uomo, Bernardo Neemar>
Scomparve.
L’alloggio tornò ad essere semibuio e silenzioso, Cane mi leccò la mano chiedendo la mia attenzione, gli diedi un buffetto distratto. Ero sudato ed ansimavo. Mi distesi sulla brandina solo dopo qualche minuto.

Fui pienamente consapevole in quel momento che l’espiazione sarebbe stata la mia strada, la strada che mio padre non era capace di percorrere.

domenica 14 luglio 2013

Born

John Neemar siede accanto al letto della donna che nove mesi prima aveva messo incinta.
E' una donna discretamente bella e probabilmente è la sua unica qualità, John la fissa nel sonno, ripassando mentalmente tutte le possibilità che si sarebbero potute realizzare una volta che si fosse svegliata.
Nessuna delle possibilità sembra piacergli particolarmente.
"Dov'è il bambino?"
John alza lo sguardo, l'espressione rugosa e seria.
"Lo stanno visitando, per ora va tutto bene"
Lei si volta a guardarlo.
"Io non lo voglio"
"Sei convinta a procedere su questa via, allora"
Sospira, si volta a guardare il soffitto non senza una certa fatica, il parto non era stato privo di qualche complicazione.
"Si, avevamo un accordo in tal senso"
Lean Arrow, le cosce di una ballerina del Crazy Horse Saloon di Greenfield: è questo il primo pensiero che sfiora la mente di John mentre osserva la donna che ha appena disconosciuto suo figlio.
"Sarai una sconosciuta per lui e non gli dirai che sei sua madre; penserò io alle sue necessità"
La ballerina aveva sempre detestato i bambini e la gravidanza non le aveva fatto cambiare idea in merito; l’aveva sopportata solo perché John Neemar l’aveva costantemente retribuita. Non nutriva nessun attaccamento per quell’uomo, anzi lo odiava nel profondo perché riusciva a tenerla avvinta con il profumo dei soldi.
“Sei deciso a tenerlo quindi”
“Hai conosciuto Stella Neemar, Lean, sai come ci muoviamo in queste cose”
“Hai già scelto un nome?”
“Credevo non ti importasse”
“… infatti non mi importa, è solo per dimenticare i dolori post operatori”
John scruta a fondo la figura della ballerina, non ci vuole un genio per capire che sta mentendo. Di lì a poco si alza facendo perno sul bastone da passeggio; la malattia genetica non era ancora in uno stadio avanzato.
“Gli racconterò che l’hanno abbandonato sulla porta di casa mia e che l’ho adottato”
Lean sospira voltandosi dalla parte opposta.
“Mi sembra che regga, ma quando avrà raggiunto una certa età questa storia farà acqua da tutte le parti”
“Non resta che augurarmi che per allora tu sia già morta”
John si volta e muove i primi passi assistiti dal bastone verso l’uscita della camera.
Lean voltata verso la finestra della stanza rimanein silenzio.

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“E’ un bel bambino, come lo vuole chiamare?”
John sta dietro il vetro che lo separa dalla stanza dei neonati, osserva suo figlio, il prodotto dei suoi lombi, mentre dorme tranquillo. Di fianco altri bambini, facce senza senso, corpi senza differenza se non per un organo genitale abbozzato tra le gambe ed una tutina di colore diverso.
Non aveva ancora pensato ad un nome, osservò la targhetta del bambino di fianco al suo, questo era lo sforzo massimo che intendeva dedicare alla ricerca di un nome.
“Bernardo”

giovedì 11 luglio 2013

Jumble

Le tre di notte arrivano senza che me ne renda effettivamente conto.
Tiro su il busto e mi volto a sedere sul letto, osservo in basso quel poco di ciccia che per quanto mi impegni non riesco ad abbattere.
Per un non ben definito motivo mi metto a ripercorrere con lo sguardo tutta la storia scritta sul mio vecchio e stanco corpo, le cicatrici della guerra, quelle procuratemi nei laboratori universitari e quelle generatesi da interventi in ospedale.
Lelaine dorme nuda in camera, osservo i suoi lineamenti seminascosti dalla coperta bianca in seta, illuminati da un lampo che in quel momento squarcia il cielo notturno, poi mi tiro in piedi e prima che ne abbia coscienza mi ritrovo seduto in cucina.
Sobbalzo ad ogni rumore, la prova che la mia mente non ha mai lasciato la lattina volante, come non ha mai veramente lasciato il laboratorio di Richleaf.
Se chiudo gli occhi la sua immagine mi balza subito in mente, ripercorro il luogo, osservo le materie prime stipate in un angolo.
Per un momento quella visione stava per tornare vera, in una luce molto diversa... Ero in quel luogo, costretto al mio banco di lavoro, davanti a me oltre il tavolo Electra teneva una Lelaine svenuta per i capelli, con un coltello premuto sulla gola, mentre Nancy mi puntava tremante una pistola al petto. Io lavoravo, ma sapevo già come sarebbe andata a finire, il mio tormento sarebbe cresciuto ad ogni step di sintetizzazione fino a quando proseguire sarebbe stato impossibile, a quel punto Lelaine sarebbe morta in un lago di sangue ed io freddato da un singolo proiettile.
E' il pulcioso a distogliermi da questi pensieri infilandomi il muso nel palmo della mano. Scatto, come se mi avessero pugnalato il braccio, lo guardo, mi chiedo da quanto tempo sia lì a osservarmi.
Non gli controllo il pelo da un po' di tempo, decido che è il momento, mi stacco dalla sedia e mi siedo a terra; lui si avvicina, comincio a esaminargli il manto in lungo e in largo, con minuziosa attenzione.
Nessun parassita, sorrido soddisfatto della sua pulizia e del mio spassionato lavoro; quel gesto ha spazzato via ogni preoccupazione, mi sento leggero e libero, ma è un momento che dura molto poco.
Ritorno verso il letto, Cane si acciambella nei pressi; il temporale è finito, un cielo terso sovrasta una Capital City che non dorme mai, la luce delle stelle illumina a tratti il profilo della Manager della Blue Sun.
Mentre la osservo penso a come la tocco di solito, non sono tocchi leggeri nè gentili, me ne rendo conto; sono gesti stratificati da un coacervo di tristezze, violenze e frustrazioni del passato, sporchi di ricordi che non riesco a lavare nemmeno in quei momenti di grande intimità, con il risultato che non riesco mai a vivere un'esperienza veramente sana o genuina.
Tiro un lungo sospiro, e mi siedo a terra a pensare.
Passa un tempo indefinito, poi sento delle mani che scivolano sulle mie spalle, mi volto di scatto tentando di liberarmi dai gesti fruscianti del mio assassino...
Mi trovo di fronte Lelaine inginocchiata che in totale silenzio si tiene una mano con l'altra; probabilmente le ho fatto male in qualche modo, ma lei non sembra dare peso all'episodio.
In qualche secondo torna ad avvicinarsi come se fosse convinta che io non possa davvero fare nulla per ferirla.