sabato 5 ottobre 2013

4 o'clock

3:54
Ci siamo incontrati verso le undici, dopo il lavoro, l'hotel è diverso, il modo di arrivarci anche.
Appena sono entrato lei era lì ad aspettarmi, non ci siamo detti quasi niente, e lei mi si è fiondata addosso.

3:55
Mi trovo in bagno e sto fissando l'ampio specchio; dalla finestra entra la luce di una luna piena che mi permette di vedere nella semioscurità i tratti grossolani della mia faccia. Anche se non lo sto vedendo ora, so com'è il mio sguardo: senza luce, senza eccessi, calmo, stanco, colpevole. Non è lo sguardo di Mullin Lee Carter.

3:56
Rivivo il primo nostro incontro, non mi accade spesso, ma qualche volta ricordo il primo progetto che abbiamo portato avanti insieme; ricordo come mi guardava, ricordo di come le avevo sussurrato un segreto: vede dottoressa, non è un processo cosciente, è come se ogni sostanza chimica mi sussurrasse cosa fare. Non è come cercare un oggetto in una scatola, è come se all'improvviso una luce mi colpisse. E così io so.

3:57
Rivivo il momento in cui ero ubriaco su uno dei tavoli dell'Afterlife; lei è entrata e si è seduta di fronte a me. Più rifiutavo di volerle parlare, più rifiutavo di smettere di bere, più lei si trasformava in me, per farmi comprendere quanto orribile io fossi in quello stato. Lei era il mio vero specchio.

3:58
E' così che ieri, riflesso nello specchio degli occhi della dottoressa, ho visto cosa tutta questa recita sta comportando; ho visto la commistione del vero me e della maschera che indosso, l'ho vista come se avessi potuto toccarla e spostarla. Improvvisamente il mondo confuso di Mullin Neemar o di Bernardo Carter ha cominciato a ordinarsi, ogni cosa è tornata al proprio posto... o quasi.

3:59
E credo di credere in un Dio, non quello cristiano, nè quello musulmano; in fondo non ha molta importanza, Dio è Dio.

4:00
Sono tornato a letto, il sole sta per sorgere all'orizzonte. La abbraccio mentre dorme, le sussurro dolci parole; lei si contorce sensualmente mentre si sveglia. Le dico che sta per albeggiare, che sarebbe meglio che ci separassimo per tornare al lavoro.

4:00
Mi risponde che si prende un giorno di ferie, poi mi bacia. Io l'abbraccio.

E' l'orologio del fallimento che ancora una volta si è fermato.

martedì 1 ottobre 2013

The Serpent Mage

<Dottor Lothar, Dottoressa Lacroix>

Un uomo e una donna, il primo alto stempiato, con i capelli ingrigiti e lo sguardo freddo, la seconda alta e giovane, capelli neri, probabilmente tinti dato il riflesso artificiale che emanano.
La dottoressa Lacroix è una bella donna, non c'è che dire, e il profumo che dirama da lei è fresco e impegnativo.
Mi siedo al tavolo della conferenza, sono il responsabile di una delle sezioni di ricerca e sviluppo della Flotta dell'Alleanza, è tempo di guerra, abbiamo bisogno di tecnologie, di brevetti.
La società per cui lavora il dottor Lothar, la SciTAB, lo sa fin troppo bene, sono qui per questo.
Assieme a noi tre, il colonnello Faven e il maggiore Miles dell'Ottava, oltre al fedele e sempre presente Cane.
La conferenza procede senza intoppi, dopo una breve introduzione alla tecnologia che ci vogliono proporre, la dottoressa Lacroix espone nel dettaglio il brevetto, spiegandone i punti di forza, sorvolando un po' sulle debolezze, che a me tuttavia risultano ben chiare.
Sono seduto almeno da un quarto d'ora e la gamba comincia a far male, faccio forza sul bastone da passeggio e mi isso in piedi, tutti zittiscono un istante, io faccio cenno che non è nulla e l'esposizione procede.

---

<Il brevetto è interessante dottoressa Lacroix>

Sto parlando con la dottoressa, la conferenza è finita da qualche minuto e i due ufficiali stanno parlando con il professor Lothar. Cane è seduto al mio fianco ed ansima all'apparenza contento.

<La ringrazio Dottor Neemar>

Ha in mano un bicchiere di carta eppure lo sostiene come se stesse reggendo un calice di cristallo; una strana eleganza proviene da quella donna, l'eleganza tipica dei nativi di Greenfield, un'eleganza selvatica e quasi rude.
Nella dottoressa Lacroix questa eleganza straniante è senza dubbio un punto di forza.

<E' stata una sua idea?>

<Difficile crederlo?>

<Difficile non invidiarla, dottoressa>

Lei sorride, forse compiaciuta che il suo affondo sessista non sia andato a buon fine.
Sorrido anche io mentre una smorfia di evidente sofferenza mi attraversa la faccia e sono costretto a scusarmi per trovare un posto dove sedermi.
Appoggio le natiche al bordo del tavolo della conferenza, spostandolo di qualche centimetro con un sordo rumore di trascinamento.

<Il tempo è clemente questa sera, a Capital City, le andrebbe un drink?>

Segue un cenno di assenso destinato a rendere meno pesante la mia serata.

---

Siamo in uno dei locali di Capital City, non ricordo nemmeno bene dove, ricordo soltanto che parlammo per tutta la notte. Punti di vista differenti, competenze complementari, posizioni radicali. Fu toccato ogni argomento possibile.
Arrivò anche il momento in cui, non so bene perchè, ci imbarcammo in uno strano gioco di indagine.

<Lei è stato sposato dottor Neemar, ha il segno della fede sull'anulare sinistro>

Il mio volto non tradisce emozioni mentre faccio roteare lentamente il whiskey nel bicchiere.

<Lei ha trovato l'amore in guerra, dottoressa Lacroix>

Rimane piuttosto colpita da quella che crede essere una mia deduzione; io sorrido malignamente, investendomi implicitamente di chissà quali poteri mistici e divinatori.

<Come diamine fa a saperlo?>

<Ho tirato a indovinare>

<Lo fa spesso?>

<Mai sulle cose importanti>

Quello scambio rapido di battute è come se mi stremasse di colpo. Rilasso le spalle e mi appoggio allo schienale della sedia. un rivolo di sudore mi scende dalla fronte.

<Non si sente bene dottor Neemar?>

La dottoressa è già in piedi e ha trascinato la sua sedia vicino alla mia, so che per tutto il giorno ha soppesato le mie condizioni di salute ed ora ha preso qualcosa dalla borsa, un fazzoletto.

<Prego, dottor Neemar lei deve farsi visitare>

<Non serve... grazie>

Mi detergo la fronte ed il volto, il mio viso è attraversato da un'altra smorfia di sofferenza, poi tutto passa e il pallore lentamente scompare.
La dottoressa non è convinta, così mi fa altre domande, le parlo della mia malattia.
Cane, rimasto silenzioso fino a quel momento, appoggia il muso sulle mie gambe, io lo guardo con dolcezza e sentimento.

<Ho sentito che la chiamano il Mago Serpente>

Dice ad un tratto; io la scruto a fondo, mentre finisco il mio whiskey

<vuole sapere perchè?>

<si, trovo sia curioso>

Le racconto allora del brevetto che ci hanno appena mostrato, le sviscero ogni difetto che non hanno esplicitamente enunciato, le spiego perchè l'azienda per cui lavora, la SciTAB, non venderà quel brevetto all'Alleanza, le spiego anche perchè l'hanno proposto a noi.
Più io parlo, più Victoria acquisisce una certa consapevolezza dell'uomo che si trova di fronte.

<Sa dottor Neemar, le sue deduzioni sono interessanti>

<Non tiro mai ad indovinare su queste cose>

Passa qualche lungo attimo di silenzio, anche la dottoressa finisce il suo drink

<Ha proprio un bel cane, dottor Neemar>

<Credo che se potesse, la ringrazierebbe>

Accarezza la testa pelosa del Bloodhound, che Cane ricambia con un paio di lappate al dorso della mano.

<Ed è importante per lei>

Difficile non capirlo del resto, la mia simbiosi con lui è così evidente.

<Mi ha insegnato a non giudicare la mia condizione a non dipingerla con un colore, ma a vederla per quella che è. Lui è il mio punto fermo e il mio vero bastone>

<Voler giudicare rende deboli>

Parlammo di Dio e delle religioni a lungo, parlammo di come fosse possibile credere in quei miti e in quelle storie fantasiose.

---

Ora, riesaminando il mio passato, provo un grande senso di disagio a pensare di essere stato salvato una volta dall'assenza di un giudizio e l'altra dalla certezza di un giudizio.

Forse non è giudicare che che rende deboli.
Forse è la debolezza che distrugge ciò che c'è di buono nel giudizio.

venerdì 20 settembre 2013

Claudia Neemar

E' uno di quei suoni nei sogni che lentamente ti riportano alla realtà.

<Bernie, ehi Bernie>

Apro gli occhi abituati all'oscurità e sdraiata accanto a me vedo mia sorella: il suo naso aquilino spicca dal volto magro e severo, i suoi grandi occhi azzurri sono puntati sul mio viso e le sue labbra sono così sottili che al buio può quasi sembrare un rettile.

<Ah, sei sveglio>

Io ho quattordici anni, Claudia Neemar è più grande di me di un anno, ma tra i due il più adulto sembro io.

<Cosa stavi sognando?>

Parla talmente piano e muove talmente piano la bocca che sembra che le parole scaturiscano da qualche punto nell'oscurità dietro di lei, è una situazione inquietante ed è una situazione che si ripete da parecchio tempo oramai, tanto che ci ho fatto l'abitudine.

<Non importa, non dirmelo>

Si volta a faccia in su, così faccio anche io con un lieve grugnito di disappunto per essere stato svegliato nel bel mezzo della notte, per l'ennesima volta.

<Io ho fatto un sogno molto strano>

Più la osservo più capisco che non siamo del tutto parenti. Questa idea ha cominciato a ronzarmi per la testa diversi mesi prima: i suoi lineamenti ed il suo carattere si discostano troppo dal mio. Mosso dalla curiosità ho spulciato tra i documenti di mio padre nel suo studio e prima che mi scoprisse sono riuscito a ottenere l'informazione che cercavo. Io e Claudia siamo fratellastri.

<... Mi stai ascoltando Bernie?>

Non gliel'ho ancora detto, forse dovrei, del resto ci diciamo sempre ogni cosa, forse è il momento. Non mi volto a guardarla mentre le racconto di punto in bianco la verità. Lei per lungo tempo rimane in silenzio. Forse è la reazione che mi aspetto, forse è persino la migliore che potessi aspettarmi. I minuti passano e l'oscurità mi ottunde i sensi.

<... Lo so>

Il suo sussurro mi sveglia di nuovo, è più vicina ora, la sua testa appoggiata sulla mia spalla, la sento debole, ma non la sento affatto triste. La sua gamba destra scivola sopra le mie e la sua mano che prima mi stava accarezzando il viso, scende sul mio torace. Ho un sussulto, ma non riesco a muovere un muscolo, intimorito con la coda dell'occhio la osservo. E' nuda.

<Ho fatto un sogno molto strano, Bernie>

La sua gamba scivola oltre le mie, il suo gomito sinistro si appoggia sul materasso e fa forza. Il suo corpo leggero si solleva piano per scivolare sopra il mio, sfiorandomi appena; i suoi seni si schiacciano contro il mio petto, le sue mani scivolano sul mio viso afferrandomi i capelli.

<Eravamo io e te, vicino al vecchio vigneto, sotto un cielo stellato...>

Le sue labbra sono così vicine al mio orecchio che le sento sfiorarmi mentre parla. Non ho la forza di reagire, è così che le sue mani mi abbassano i pantaloni indisturbate. La sento scivolare sopra di me, sale un poco mentre continua a sussurrarmi, il respiro che diventa un poco più rapido.

<Eravamo io... e te>

La sento premere il suo corpo sul mio addome, mentre scende lentamente; il calore mi avvolge le membra, lei ansima piano ed espira con forza; l'eco del suo respiro è così intimamente violento che divento sordo ad ogni altra cosa. Sale e scende di nuovo e poi ancora e ancora, le mani che si serrano sulle mie braccia con una forza rapace, la bocca che si sposta dal lobo dell'orecchio all'incavo tra spalla e collo. Le mie mani si muovono, si posano sui suoi glutei sodi e la spingono ancora più forte.

Quando nostro padre lo scopre, va su tutte le furie, picchia così forte mia sorella da farle confessare che ero stato io a costringerla, che ero io il bastardo tentatore. Mentre vengo punito per una violenza che non ho commesso, incontro il volto di Claudia, seduta in un angolo della stanza. Il mio silenzio la distrugge.

Eravamo, io e te

sabato 31 agosto 2013

God's Love

Sono rientrato nel mio modesto appartamento da poco, mi stropiccio il volto con vigore per scacciare la tensione, la mano passa sulla barba ispida, sulle labbra.
Affiorano i ricordi, non riuscirò a dormire, devo prendere una pillola.

Il mio nome è Mullin Lee Carter, sono un consulente informatico, il mio pianeta di origine è Greenfield. Ero un pecoraio, un mandriano fino a poco tempo fa, prima che la fortuna mi sorridesse, prima che Horyzon diventasse possibile e reale.

Questo mi ripeto di fronte allo specchio, mentre osservo la mia immagine che porta alla bocca la pillola.

Io sono Mullin Lee Carter, sono un uomo semplice, adoro le notti stellate, le osservo pensando che nascondano chissà quali segreti, in realtà ne sono solo irrazionalmente affascinato; la mia vita non ha avuto nulla di straordinariamente posivito nè negativo; finite la scuola inferiore, ogni giorno porto a pascolare il gregge, mi siedo su una roccia dalla quale posso osservarle tutte e apro il mio libro di informatica. E' una vecchia edizione, gualcita e sdrucita, ma è tutto ciò che mi serve. La sera torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro, mi sento pieno di vita, ma insoddisfatto. Un giorno perdo una pecora, un lupo solitario l'ha presa perchè si è allontanata dal gregge. Mio padre è furioso, prende il libro di programmazione e lo brucia nel camino, in quel momento decido di prendere un altro libro; più mio padre mi ostacola più io divento forte. Do rifugio in segreto ad un grosso cane randagio, gli insegno a fare il pastore, all'inizio è dura, ma poi impara e mi da il tempo per continuare a studiare. Un cane. Cane.

I miei denti si serrano sulla pillola, la tengo sospesa, il respiro lento la lambisce minaccioso.

Io sono Mullin Lee Carter, ho fatto il colloquio di lavoro presso la Blue Sun, prima di candidarmi per quest'azienda ho provato alla Wayland ed alla Crimson Flux, ma mi hanno riso in faccia: nessuna competenza certificata, solo un diploma di scuola inferiore ed una promessa di capacità. CEO Krushenko mi ha accolto per l'audacia e l'impegno che le ho mostrato nel colloquio, CEO Krushenko mi ha assunto perchè ha avuto fiducia in me.

I denti spingono la pillola in bocca, la lingua la inumidisce, prendo un bicchiere d'acqua.

Il mio nome è Mullin Lee Carter, dottoressa Blackwood, lieto di conoscerla, lei non lo sa ma presto saremo ottimi amici, passeremo le pause pranzo assieme in azienda, lavoreremo in team. Ogni tanto è triste, lo so, non lo nasconde così bene, ma poi torna a sorridere. Ogni volta penso che lei stia per cadere, eppure si rialza sempre e mi dona quell'espressione felice, che mi impedisce di ignorare ogni buon senso per darle un bacio. Le sue labbra dottoressa, non possono mentire, lei ama ancora un altro uomo. Un altro uomo. Bernardo Neemar.

Porto il bicchiere alla bocca e bevo un lungo sorso, poi lo appoggio al lavabo con scarso garbo.

Io mi chiamo Mullin Lee Carter, credo che Dio mi abbia messo a dura prova, ma alla fine mi sono dimostrato un degno figlio. Signore, la maggior parte degli abitanti del 'Verse dice che sei un paradosso, che le parole che hai consegnato all'uomo perchè le comprendesse e le facesse sue sono insostenibili, impossibili da seguire. Dicono che è logico tu non possa esistere. Io non so se tu esisti nella logica oppure no, so solo che quando leggo ciò che hai compiuto dai testi sacri, non posso fare a meno di capire. Dio, tu hai amato l'essere umano più di qualunque altra cosa, l'amore sconfinato che hai provato per lui ti ha incatenato quando l'uomo ha scelto di conoscere, quando l'uomo ha scelto di lasciarti. Non c'è amore più grande di quello che costringe a separarsi da chi si ama per la sua propria felicità. L'essere umano è capace di questo amore sconfinato?

Non lo so e in effetti io non sono Dio.

Io... Vorrei essere Mullin Lee Carter, ma... Io sono Bernardo Neemar e non sono capace di separarmi da Lei.

lunedì 5 agosto 2013

Cleaner

Clang

La porta di sbarre si chiude dietro la mia schiena con un clangore roco di metallo vecchio ed arrugginito, non mi volto a guardare dietro di me, non mi volto a piangere la libertà e le amicizie che ho sacrificato.

Nelle sinapsi cerebrali si trasmette un solo segnale: La paura della gabbia.

Espiazione: C'è solo un modo per mondare davvero i tormenti della propria anima, continuare a soffrire finchè il suono assordante della sofferenza non sovrasta il lamento della colpa.
La colpa non si cancella, si sostiene, si sopporta, qualcuno ci si aggrappa e ne trae una forza incommensurabile, qualcuno non riesce neanche a sfiorarla e si brucia lentamente al calore della sua fiamma.
Visioni, allucinazioni e incubi sempre più forti, fino a non poterli sopportare, fino a piangere e a nascondere il volto tra le mani come un bambino.

Dopo qualche istante, per la prima volta osservo veramente la mia cella, grigia, semplice e scarna, un cessetto nell'angolo, una branda usurata ed un lavabo sbeccato in qualche punto.
Apro l'acqua, il suono di un getto irregolare sul marmo grigio mi entra nella testa come il suono di un martello pneumatico. Mi lavo il viso, sento le gocce scendere lungo i capelli corti e qualcuna si incastra nella barba... so che ripeterò quell'esperienza per diversi anni.

Mi giro, punto la branda e sto per muovermi, ma la trovo occupata.
Due gambe magre e piccole, gli abiti lisi, il volto bianco, le labbra viola, lo sguardo ritorto: quel bambino è ancora lì a fissarmi, anche dopo che ho confessato, anche dopo che ho finalmente smesso di essere un codardo.
Si scosta di lato, fluttuando sul materassino della branda e mi fa cenno con la mano di sedermi accanto a lui. Sospiro, non ho molto da fare ora, per un momento penso che avere visioni allucinanti non è definito sano dalla medicina moderna.
Ma è solo per un momento.
Infine mi siedo ed un cigolio accompagna il posarsi delle mie chiappe.

<Ti ringrazio> La voce cupa e spettrale di chi non appartiene a quel mondo
<...>
<Il tuo spirito ha smesso di urlare>
<... il mio spirito?>
<Si, tutti lo sentivano>
<Come?>
<Il tuo spirito è connesso al mondo dei morti, le sue urla erano nomi. Tu ci chiamavi a te>
<... per tormentarmi>
Il volto morto del bambino si anima in un sorriso
<Per confortarti>
<Eppure a me non sembra>
<Il codardo che c'è in te voleva essere confortato, per dimenticare, l'uomo buono che c'è in te, non voleva essere confortato, per poter ricordare, per poter soffrire>
<Voi non siete i miei demoni quindi...>
<Non lo siamo, tra di noi ci sono molti ragazzi, molti adulti, ma loro non vogliono avvicinarsi troppo a te>
<Perchè?>
<Perchè non avresti sofferto come volevi>
<... E voglio ancora soffrire?>
<Si>
<Per quanto tempo?>
<Sai rispondere a queste domande>
<... Sentirselo dire da qualcun altro, ogni tanto, rafforza le convinzioni>
<Per sempre, tu non sei capace di perdonare gli altri perchè non sei capace di perdonare te stesso>
<Per sempre è un tempo molto lungo>
<E' il tempo necessario, ma non temere>
<... il mio spirito ha smesso di urlare>
<Non sarà come prima>
L'immagine del ragazzino comincia a sbriciolarsi come polvere nell'aria, io conosco la risposta.
<... Perchè ho vinto sui miei demoni>
Il ragazzino sorride e scompare, la stanza torna scura e silenziosa. Qualche minuto dopo mi lavo nuovamente il volto, faccio una puntata al cessetto e torno infine a sedermi sulla branda.
Il mio pensiero va ai miei ex commilitoni, a cosa pensano di me ora. Ai miei nemici, posso quasi sentire le loro risa per vedermi ingabbiato come uno di loro.
Lelaine è là fuori, da qualche parte, mi chiedo se mi ama ancora, se verrà a trovarmi, mi chiedo se rivedrò mai Cane, se farò in tempo ad uscire di prigione per poter passare con lui qualche anno di vita prima che mi lasci.
Vorrei dirlo a Lelaine, adesso, che la amo, vorrei tanto dirglielo, vorrei tanto vederla sorridere, vorrei tanto legarla in questo modo a me. Ci vuole coraggio, un coraggio che sento mio ora.

<... Perchè ho vinto su me stesso>

sabato 3 agosto 2013

The Mirror

Sto camminando nel buio, nudo, l'eco dei miei passi si trasporta chissà dove in quell'immensa distesa ombrosa.
Sono nudo, mi osservo mentre muovo lento e cadenzato verso l'ignoto.
Inizialmente è solo una figura lontana, un bagliore improvviso e tenue che mi attira, man mano che mi avvicina lo scorgo con più chiarezza e consapevolezza: uno specchio immerso nel buio.
Incrinato in più punti, quasi stanco e piegato dal tempo e dallo spazio, opaco in molte zone; restituisce una luce riflessa strana, non pulita.
Mi avvicino con calma, non ho nessun motivo di voler affrettare quel momento, il momento che qualche mala lingua nella mia mente aveva preannunciato, sussurrandomi nel sonno.
Passa poco, che sono fermo davanti all'enorme specchio, riesco a vedere i punti che lo tenevano in piedi, dritto e solido: Mika, Electra, Nancy, Scott.
Ogni punto si aggrappa ad un lato dello specchio con la forza di un artiglio, riesco a vedere i danni che hanno provocato; le incrinature profonde di Mika, di Electra e di Scott e poi c'è la spaccatura diagonale di Nancy. La spaccatura che tutti gli altri punti, che ancora non hanno snaturato il loro compito, stanno tenendo unita: Cane, Lelaine, Arch, Anya.
Ma è questione di poco tempo ormai, lo so.
Qualcuno l'avrebbe spaccato definitivamente prima o poi, non poteva sopravvivere a lungo, non dopo quello che è successo.
Per questo sono qui.
Per questo mi sto avvicinando.
Per questo ora vedo il mio riflesso e quello di Cane, nello specchio.
<Woof>
Mi volto, ma non è di fianco a me, è solo nello specchio.
Cambio postura, alzo il braccio, mi sposto indietro con la gamba destra e poi scatto in avanti con il pugno, il pugno che si infrange sullo specchio.
E Nel buio, nell'oscurità, una immensa pioggia di frammenti scintillanti, con gli ultimi bagliori in un arcobaleno, prima di spegnersi definitivamente e rovinare per terra in un tonfo sordo.
Ansimo, soffro... Il pugno sanguina.
Ma il lavoro non è ancora finito.
<Woof>
<Si, lo so>
Mi armo delle mie mani e delle mie dita e prendo i frammenti più grandi, quelli rimasti e li rimetto in un ordine apparente, incollandoli tra loro con il poco legante che mi è rimasto, il legante che non mi ha ancora abbandonato.
Ed infine ecco ciò che rimane della mia anima: un piccolo specchio sgangherato, crepato in più punti, ma finalmente libero, epurato dagli artigli e dal dolore.
La luce che emette è ancora sporca, opaca e sinistra...
<Woof>
<Si Cane, basta così>
<Woof?>
<Puliremo ciò che rimane di questa mia anima molto presto, non ho cambiato idea>
Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare; mentre abbandono quel luogo, ritornando ai dolori ed alle fatiche del mio corpo, sento di nuovo quelle parole, così profonde, così fastidiose, eppure così vere...
Sei un brav'uomo, Bernardo
<Tra poco, Lela, tra poco>

sabato 27 luglio 2013

My Way

Era la mia sera di libera uscita, pensavo di passarla come sempre, almeno fino a quando non mi sono recato negli alloggi per togliermi di dosso la divisa: quel pesante fardello di responsabilità e di colpa, il marchio netto del mio passato, la condanna del mio presente...
<Ciao Bernie>
Avevo sentito quella voce, un sussurro tra i muri della camerata vuota, poi un tremolio nella penombra di una branda, un'immagine che prendeva forma e colore. Mi strofinai gli occhi, ma l'uomo era ancora lì, seduto, i vestiti un po' rozzi, ma di ottima fattura; il volto scavato dagli anni, i capelli ingrigiti e lo sguardo profondo. Uno sguardo come il mio.
<Padre>
<Vedi cosa succede, figlio, a mischiarsi nei conflitti tra le grandi forze dell'universo?>
L'immagine di John Neemar stava lì, immobile, le parole uscivano da quella forma, ma le labbra non si muovevano; solo gli occhi sembravano veri e mi stavano scrutando con la violenza di due coltelli affilati che scavano in un pezzo di carne.
<Non ci vediamo da anni e questa è la prima cosa che mi dici?>
<Dovrei forse lodare i tuoi insuccessi?>
Mentre fissavo quella visione improbabile, sapevo già come sarebbe andata a finire la discussione: ogni litigio con mio padre iniziava più o meno in questo modo.
<Forse dovresti, per una volta, concentrarti sui miei successi>
<Non vedo successi nel cammino che hai percorso, solo delle piccole soddisfazioni sporcate costantemente dalla tua incapacità di trovare un posto che fosse tuo nel ‘Verse>
<E secondo il tuo illustre parere che posto avrei dovuto trovare?>
<Non ne ho idea, ma finire a lavorare per conto della Flotta dell’Alleanza conducendoli passo passo al deodorante occulta droga che tu stesso hai inventato direi che è un piano perfetto per finire in galera>
<E’ la cosa giusta da fare>
<Certo figliolo, certo, come costruire una relazione con una manager sapendo che sarà costantemente in pericolo, bel modo che hai di dimostrare a qualcuno che lo ami>
<Io… non amo Lelaine Blackwood>
L’immagine di mio padre fluttuò flebilmente, si sollevò dalla brandina e nella semioscurità mosse qualche passo verso di me.
<Tu menti, Bernardo, hai solo dimenticato cosa vuol dire amare come hai dimenticato che devi cercare di sopravvivere, cosa che non stai facendo>
<Io ho sconfitto una malattia, la tua malattia>
<Non tu, Declan Khan l’ha fatto con la sua equipe medica. Una grande donna, se non sbaglio ti era balenato in mente di scopartela>
<Ho inventato farmaci e prodotti che hanno contribuito al benessere del ‘Verse>
<Piccoli e insignificanti successi, cosa sono in confronto ad aver distrutto innumerevoli vite con la droga che tanto amorevolmente creavi e diffondevi?>
<Ho salvato innumerevoli vite durante la guerra>
<Certo e ne hai anche condannate altrettante rispettando fedelmente i protocolli militari delle infermerie da campo. A conti fatti l’unico successo che in qualche modo fa sorridere queste mie membra stanche è il successo della produzione vinicola del mio terreno>
<E’ il mio terreno, non più il tuo, tu sei morto>
L’immagine ectoplasmica sorrise, come prima nessuna parola stava provenendo dalla sua bocca, chiusa e serrata.
<Io sono vivo in te, Bernie. Guardiamo ai fatti, nella mia vita ho amato soltanto i miei cani, come te, ho avuto relazioni che sono sempre finite rapidamente o male, come te, non ho mai creato nulla di strabiliante, come te. Nel giro di un decennio nessuno si ricorderà di me, come un decennio dopo la tua morte nessuno si ricorderà di te. Nemmeno quello stupido animale che ti porti sempre dietro; Cristo se non ti vedessi tutti i giorni da laggiù potrei giurare che ti scopi anche lui>
Un sussurro dalla luce dietro la porta socchiusa si arrampicò per la mia gamba, caldo e fermo. Arrivò al mio orecchio e quando mi voltai per osservare il volto di Lelaine, lei non c’era. Tornai a voltarmi, le sue parole ancora ferme nella mia mente... Io sono qui.
<Sai come si chiama mio figlio?>
<Tu non hai un figlio, sei sterile come un mulo>
<DI’ IL SUO NOME!>
La figura tremò scomponendosi per qualche istante, per poi ricomparire sulla brandina, nella semioscurità da dove si era generata
<Non conosco il nome di un figlio che non esiste>
<mio figlio esiste da qualche parte nelle possibilità di questo mondo. Mio figlio esiste e non porta il nome di quello che gli sta accanto nella culla. Mio figlio si chiama John Neemar>
La figura tremò ancora, le gambe stavano cominciando a scomparire nell’aria scura.
<John?>
<Si padre, si chiama John Neemar, come il bisnonno che avrei voluto conoscere. Si chiama John perché ogni volta che qualcuno mi chiederà se ho chiamato così mio figlio in onore di suo nonno io risponderò: NO!>
Quell’impeto spazzò via le braccia della figura che persero la loro flebile consistenza svanendo nell’oscurità. Un altro sussurro scivolò dalla porta socchiusa sfiorandomi una mano. Un bambino evanescente comparve di fianco a me, il volto sporco di saliva biancastra, lo sguardo ritorto, le labbra viola.
<Bernardo è un brav’uomo, John Neemar>
Il volto del ragazzino si volse verso di me, ruotando in modo innaturale indipendentemente dal resto del corpo che rimase orientato verso l’immagine di John della quale era rimasta oramai solo la testa. Testa dalla quale eruppero con rabbia parole d'odio.
<Tu cadrai Bernardo e quando succederà ci faremo una bella risata mentre scenderai a farci compagnia e…>
Non ebbe il tempo di dire altro, il ragazzino di scatto rivolse gli occhi morti alla testa del padre, che scomparve in un tremulo lamento di rabbia.
<Sei uno dei miei demoni vero?>
<No, i tuoi demoni sono i tuoi demoni, io sono solo un bambino, uno dei tanti che non sei capace di dimenticare>
<E c’è un modo per farlo? C’è un modo per dimenticarvi?>
<Si c’è, ma tu non vuoi farlo>
La voce divenne distante e spettrale, la forma del piccolo essere umano stava diventando trasparente, piccole particelle inconsistenti si staccavano dalla sua figura e filtravano attraverso la luce proveniente dalla porta socchiusa
<Perché non posso dimenticare? Perché non riesco ad andare avanti?>
<Perché tu sei un brav’uomo, Bernardo Neemar>
Scomparve.
L’alloggio tornò ad essere semibuio e silenzioso, Cane mi leccò la mano chiedendo la mia attenzione, gli diedi un buffetto distratto. Ero sudato ed ansimavo. Mi distesi sulla brandina solo dopo qualche minuto.

Fui pienamente consapevole in quel momento che l’espiazione sarebbe stata la mia strada, la strada che mio padre non era capace di percorrere.